Il mito di Partenope

Il mito di Partenope by Giranapoli

Fonte-Foto: Wikipedia

La città di Napoli è stata fondata dai Greci nel VIII secolo a.C. in seguito alla seconda colonizzazione greca. Il mito racconta della greca Partenope (dal greco “vergine”) come fondatrice della città; le versioni della storia sono diverse, ma un fattore che accomuna tutte le varianti è che Napoli è stata fondata con amore e per amore.
Ecco alcune versioni del mito di Partenope.
Secondo la leggenda Partenope, Leucosia e Ligeia erano tre bellissime sirene, figlie della Musa della Tragedia Melpomene e del Fiume Archeoo, il corso d’acqua più importante di tutta la Grecia. Tutte e tre le sorelle erano bellissime: il loro fascino non aveva limiti, ma sulle stesse purtroppo pendeva una terribile maledizione: il rifiuto di un uomo le avrebbe condannate a morte.
Un numero incredibile di pescatori dopo aver udito la voce delle sirene si gettavano in mare, con la speranza di raggiungerle ma la corrente del mare li trasportava inesorabilmente contro gli scogli uccidendoli.
Sul cammino delle sirene si trovò anche Ulisse che però, avvertito dalla maga Circe sulla pericolosità del canto magnetico delle tre sirene, si tappò le orecchie. Come si legge nell’Odissea, lo stesso fece fare ai suoi compagni, ai quali chiese anche di farsi legare all’albero maestro, per essere sicuro di non cedere in alcun modo e, quindi, di non gettarsi in acqua.
L’imbarcazione passò nelle vicinanze degli scogli dove dimoravano le tre bellissime sirene incantatrici, ma quella volta nessuno si gettò in mare.
Quando Ulisse giunse in prossimità delle nostre coste, sebbene fosse stato già ammonito del pericolo dalla maga Circe, volle a tutti i costi ascoltarne la melodia, cosicché mise in atto un espediente arguto come la sua astuzia: si fece legare all’albero maestro della nave e raccomandò i suoi uomini di non slegarlo, qualsiasi cosa avesse detto. Deluse dal fallimento, le tre sirene si suicidarono, schiantandosi sugli scogli: il corpo di Ligea fu condotto nel golfo di Santa Eufemia in Calabria, quello di Leucosia nella zona a sud di Salerno, dove diede cita all’odierna Punta Liscosa, mentre Partenope, per il dolore, si gettò dalla roccia più alta.
Le onde portarono il suo corpo fino al golfo di Napoli, precisamente sull’isolotto di Megaride, la piccola penisola dove ora si trova Castel dell’Ovo. Qui, il corpo di Partenope si dissolse, prendendo la forma della città di Napoli: la sua testa è la collina di Capodimonte e la sua coda si posa lungo la collina di Posillipo.
Questa leggenda del mito di Partenope ebbe maggiore considerazione e diffusione quando Napoli, sin dalle cronache di Petronio e Apuleio, poi nelle più diffuse pagine di Petrarca e Boccaccio, cominciò a configurarsi come la città dei suoni e dei canti, peculiarità che ben si accordavano con la leggenda delle sirene e del loro canto melodioso e tentatore.
Il mito di Partenope secondo Matilde Serao
Matilde Serao, scrittrice napoletana degli inizi del ‘900, ci racconta invece che nelle sue “Leggende” che Partenope, una ragazza greca, era innamorata dell’eroe ateniese Cimone, ma, purtroppo per i due giovani, il padre di Partenope l’aveva promessa in sposa ad ad Eumeo. Per questo motivo, i due innamorati decìdono allora di fuggire su una nave verso l’ignoto, sbarcarono poi per loro fortuna sul golfo di Napoli dove poter vivere finalmente la stagione del loro amore, in una terra dolce di fiori e florida vegetazione.
Dopo poco tempo Parthenope venne raggiunta dal padre e dalle sorelle, dai parenti e dagli amici che avevano sentito parlare di tanto di questa terra così accogliente. La voce si sparse in Fenicia, in Egitto così moltissimi popoli, caricati i loro averi e i simboli dei loro dei su piccole imbarcazioni, partirono alla volta di questa terra paradisiaca.
Partenope partorì 12 figli, diventando la madre del popolo napoletano, a cui tutti si rivolgono. Inoltre, secondo Matilde Serao, Partenope non è mai morta, ma continua a vivere per restare accanto al suo popolo. La pace regnò sempre su quel popolo che si distinse per l’alto grado di civiltà raggiunto.
Aurelio Fierro ha affermato che “il canto d’amore di Partenope lo si considera come il nastro di partenza della storia della canzone napoletana”.
Si tratta, come vedete, di una leggenda dove sono già disponibili tutti, proprio tutti gli ingredienti che appartengono alla “napoletanità”: l’allegria, l’amore, la splendida natura e il canto.
Il mito di Partenope e Vesuvio
Nel 1800 si diffuse un’altra variante del mito di Partenope. Si raccontava, infatti, che lei fosse una sirena che abitava le coste del golfo di Napoli. Un giorno, le si avvicinò un centauro dal nome Vesuvio, ed Eros non aspettò un secondo per scagliare il suo dardo, facendo innamorare perdutamente Vesuvio e Partenope.
I due giovani vivevano molto felici, fino a quando Zeus, il quale era a sua volta innamorato di Partenope, decise di separare per sempre i due amati. Dunque, il potente dio trasformò Vesuvio in un vulcano ai confini del golfo, in modo che la sirena lo potesse sempre vedere senza poterlo toccare. Ma Partenope non poteva sopportare l’idea di non avere più il suo amato con sé: perciò, presa da un impeto della passione, si uccise. Le onde trascinarono il suo corpo sulla costa dell’isolotto di Megaride e assunse la forma di una città incantevole.
Napoli, pur a distanza di secoli continua ad essere chiamata “città partenopea” e la bella Sirena ne è il simbolo, le è anche stata dedicata una Fontana a Piazza Sannazaro.

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